Faccio il giornalista da 55 anni. Dico sempre che vengo dal piombo, e oggi, al tempo del digitale, devo spiegare che il piombo era quello della tipografia: la composizione a mano, la bozza, il bozzone. Niente dà la dimensione spettacolare del progresso tecnologico degli ultimi cinquant’anni più della stampa.
È ancora incredibile per me pensare che sto scrivendo questo “pezzo” e che immediatamente può essere letto in ogni parte del mondo. Chi viene dal “piombo” è entusiasta solo per questo. Posso fotografare dal mio telefonino, mettere in pagina la foto, confezionare un intero giornale in pochi minuti.
Ma se è cambiato il modo di stampare, è cambiato anche il modo di scrivere? Le vecchie regole del giornalismo sono anch’esse cambiate? Probabilmente sì, ma è un dibattito che mi è estraneo. Io sono sempre un vecchio giornalista. Sono un autodidatta del mestiere, perché ho imparato in una “officina” e non in un’università – quella è servita solo per la preparazione culturale – e ho avuto dei “maestri” dal peso di un capomastro. Non capisco come un mestiere del genere possa avere un insegnamento universitario specialistico.
Un mio maestro fu un giornalista austriaco degli anni Sessanta, che lavorava alla stampa estera. Era il marito di un’altra giornalista che veniva ogni anno a soggiornare nella nostra pensione familiare a Casamicciola, sull’isola d’Ischia. Si chiamava Hans Bauer ed era sposato con Anna Maria Rippa, milanese ma residente a Roma. Entrambi ebrei. Una coppia affiatatissima, senza figli.
Hans veniva a trovare Anna Maria soltanto per pochi giorni, perché lei faceva la cura termale. Io servivo a tavola e avevo poco più di quindici anni. Ricordo quella silenziosa coppia che, anche a tavola, si teneva per mano. Poi, dopo pranzo, la sosta sul terrazzo per godere del panorama, che era e resta ancora oggi la cosa più bella della nostra casa. Io servivo il caffè.
La lezione di Hans, al mio desiderio di fare il giornalista, mi fu data allora:
“Se vuoi fare il giornalista – mi disse il dottor Bauer – non posso non ripeterti la prima lezione che mi fece il mio direttore a Vienna. Quando scrivi, pensa che ti legge chi scende dalla luna e non sa nulla dell’argomento che devi trattare. Quindi devi dire tutto: il prima e il dopo. Poi devi scrivere questo nel più breve spazio possibile.”
Fu una lezione fondamentale. Mai dimenticata e sempre applicata, a costo di far innervosire i redattori dell’ANSA – la più grande agenzia di stampa nazionale, di cui sono stato corrispondente da Ischia per 26 anni, dal 1980 al 2006 – perché, in ogni notizia sull’economia e la politica, ripetevo i numeri della consistenza turistica. Poi lo spazio. Sono stato ossessionato dallo spazio per tutta la vita.
La lezione di Hans fu decisiva anche per il lavoro all’ufficio stampa della Provincia di Napoli, che trasformai in una vera agenzia stampa. Anche adesso, che scrivo sul web, la lezione di Hans mi sommerge. È parte di me. Ogni volta che scrivo un pezzo, ricordo Hans e Anna Maria.
In fondo, un figlio lo hanno avuto.
G. M.
